Gli approfondimenti del lunedì
L'esperto risponde
I VANTAGGI.
Attività più ampie spingono le entrate
Siamo una piccola organizzazione di volontariato iscritta al registro regionale omonimo. Di fronte alle tante novità della riforma ci troviamo spaesati perché ci sembra di non essere pronti ad affrontare una mole di obblighi che temiamo ci sovrasterà. Si parla di attività commerciale, di apertura di partita Iva. Questa riforma rischia di complicarci la vita e farci chiudere.


È pacifico che la riforma porti con sé molte innovazioni e che complessivamente sia una vera e propria rivoluzione che “disconosce” molti dei principi fondativi del non profit italiano. Ma il timore di dover chiudere l'ente per eccesso di obblighi potrebbe riverarsi eccessivo, a una riflessione più approfondita.
Nel caso specifico, un'organizzazione di volontariato “piccola” ha soltanto da guadagnarci dalla riforma. Vediamo su quali materie.
La prima è quella della variabilità delle entrate. A oggi le organizzazioni di volontariato possono ottenere entrate di natura donativa e altre entrate derivanti da attività commerciali e produttive marginali, queste ultime definite da un decreto del 25 maggio 1995. Ciò che è chiaro nel decreto del 1995 è che le attività commerciali non sono fiscalmente commerciali se le si realizza senza usare mezzi tipici degli esercizi commerciali; quindi, niente pubblicità, insegne e così via.
Se l'organizzazione intraprende un'attività che invece utilizza i mezzi tipici degli esercizi commerciali, rischia la contestazione da parte dell'agenzia delle Entrate di esercizio di un'attività diversa da quelle consentite dalla legge, e in forza dell'articolo 30, comma 5, del Dl 185/2008 perde la qualifica di Onlus di diritto, indipendentemente dal fatto che abbia assolto gli obblighi di pagamento delle imposte e quelli dichiarativi.
Con l'introduzione del Codice del terzo settore, le organizzazioni di volontariato vedono allargarsi le opportunità di entrate. All'articolo 33 si fanno strada due ragionamenti. Il primo è che le attività di interesse generale (quelle tipiche dell'ente, indicate dall'articolo 5) possano essere svolte anche dietro corrispettivo, ma che non deve superare il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate. Queste attività saranno quindi non commerciali ai sensi anche dell'articolo 79, comma 2, che definisce un confine persino più ampio di non commercialità delle attività.
Il secondo ragionamento interessa le attività diverse (articolo 6; le attività dovranno essere definite in termini qualitativi e quantitativi con un successivo decreto) le quali possono essere realizzate pacificamente e che hanno natura palesemente commerciale. Tra le attività di interesse generale da rendere “sotto costo” e quelle diverse di sicura natura commerciale, esistono attività decommercializzate che ricalcano in parte quelle del richiamato decreto del 1995 e che potranno essere esercitate (senza pagamento di imposta e senza obblighi dichiarativi) se svolte senza l'impiego di mezzi organizzati professionalmente per fini di concorrenzialità sul mercato (articolo 84).
In merito alle attività commerciali delle organizzazioni di volontariato, appare di notevole vantaggio la disposizione che consente il pagamento di un'imposta davvero ridottissima a fronte di entrate anche considerevoli. Fino a 130mila euro di ricavi, l'organizzazione potrà utilizzare (articolo 86) un regime forfetario, con l'applicazione di un coefficiente di redditività pari all'1%, sul quale si calcolerà l'imposta del 24% Ires. A fronte, pertanto, di 100mila euro di ricavi, l'organizzazione pagherà 240 euro di Ires.
In relazione all'Iva, si propone un funzionamento analogo al regime forfetario dei minimi già applicato ai professionisti, con impossibilità di scaricare l'imposta, atteso che essa non viene addebitata nelle fatture emesse dall'organizzazione.
Se alla sua organizzazione non interessasse realizzare attività commerciali, sappia che comunque le erogazioni liberali escono rafforzate dalla riforma, in quanto si prevede una maggiore detraibilità e deducibilità delle donazioni, siano esse in denaro o in natura.
Tanto le persone fisiche quanto le aziende possono dedurre fino al 10% del proprio reddito complessivo dichiarato, con la possibilità di portare in deduzione negli anni successivi la parte di deduzione non goduta nel primo anno, in quanto il reddito è stato in parte già “consumato” da altre deduzioni. Le persone fisiche, nel caso in cui l'aliquota marginale fosse inferiore a 35%, possono scegliere di detrarre al 35%, fino a un massimo di erogato di 30mila euro.
© RIPRODUZIONE RISERVATA



Ogni lunedì in edicola
Tutti i lunedì in edicola con Il Sole 24 Ore l'inserto con le risposte degli esperti alle domande dei lettori. E, in più, gli Approfondimenti del Lunedì sui quesiti di maggiore attualità, arricchito - ogni 15 giorni - dalla rubrica con le scadenze