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L'esperto risponde
TUTELA DEL CONSUMATORE
Chi rinuncia al viaggio non paga se lo «svago» diventa impossibile
Il mese scorso dovevo partire per un viaggio in Papua Nuova Guinea. Un paio di giorni prima di partire, però, nella parte orientale dell'isola si è verificato un forte terremoto che ha raggiunto la magnitudo 6.3 sulla scala Richter. Memore della paura provata a causa delle forti scosse che hanno afflitto il centro Italia, dove abito, ho deciso di annullare il viaggio.
Il tour operator, però, sostiene che la mia è stata una rinuncia immotivata e quindi non mi restituirà nulla di quanto ho pagato. Dal punto di vista legale è corretto quanto mi hanno detto? Se fossero stati loro ad annullare il viaggio avrebbero dovuto rimborsarmi?
P.S - CITTÀ DI CASTELLO

Quando si parla di annullamento di un pacchetto turistico, è necessario distinguere diverse ipotesi, a seconda che l'annullamento sia imputabile o meno all'organizzatore e/o intermediario del viaggio stesso (agenzia di viaggio). In via generale, infatti, la fattispecie viene disciplinata dall'articolo 42 del Codice del turismo, intitolato, appunto, «diritti del turista in caso di recesso o annullamento del servizio». La norma stabilisce che, in tutti i casi in cui il recesso del turista da un pacchetto di viaggio risulti giustificato da sopravvenute variazioni del prezzo o del contratto già sottoscritto o, comunque, il viaggio sia stato annullato dall'organizzatore per qualsiasi motivo (escluso il mancato raggiungimento del numero minimo di partecipanti), il consumatore mantiene il diritto di usufruire, senza supplementi, di un altro pacchetto turistico di qualità equivalente o superiore a quella del viaggio già acquistato, oppure, se di qualità inferiore, di ricevere la differenza del prezzo, sempre che non preferisca ricevere l'integrale rimborso di tutte le somme già corrisposte.
La questione diventa un po' più complessa se la rinuncia al viaggio dipende da una decisione attribuibile al solo viaggiatore, sia essa motivata da un semplice ripensamento del proprio “piano vacanze”, oppure da altre ragioni sopravvenute che rientrano nella sfera delle sue esigenze personali.

Il recesso da parte del turista
In questo caso, il Codice del turismo si limita a prevedere che il contratto di viaggio e turismo “tutto compreso” deve contenere, tra le altre informazioni, anche quelle necessarie affinché il turista possa stipulare un contratto di assicurazione a copertura delle spese, o delle penali, eventualmente sostenute a seguito del proprio recesso o annullamento del contratto ( articolo 37). Sempre lo stesso Codice, però, stabilisce anche che gli eventuali importi versati a titolo di caparra, oltre a non poter superare il 25% del prezzo, devono comunque essere restituiti al turista quando il suo recesso dipenda da fatto sopraggiunto non a lui imputabile, ovvero sia giustificato dal grave inadempimento della controparte (articolo 36).
Quest'ultima previsione è rilevante perché fornisce un importante discrimine tra le diverse situazioni: se, infatti, le motivazioni del recesso unilaterale del turista sono costituite soltanto da questioni personali e non oggettive, tutte le conseguenze economiche della rinuncia rimarranno in capo a lui, mentre, nel caso in cui le stesse motivazioni dovessero risultare fondate su fattori “esterni”, tali da impedire o limitare oggettivamente il godimento del viaggio, sarà possibile per il consumatore evitare il pregiudizio economico derivante dalla scelta di rinunciare al viaggio.
A questo punto, tuttavia, si tratta di capire quali sono le cause che possono giustificare il recesso del viaggiatore, ovvero quali siano i «fatti sopraggiunti non a lui imputabili» cui fa cenno il Codice del turismo. Generalmente si tratta delle cosiddette “cause di forza maggiore”, tra le quali rientrano le calamità naturali, gli avvenimenti bellici, i disordini socio-politici, gli atti di terrorismo o le emergenze sanitarie.
Possono essere considerate cause di forza maggiore anche eventi dagli effetti più circoscritti, come gravi i infortuni o improvvise malattie debilitanti. Sul punto, la giurisprudenza più recente è andata via via allargando l'estensione del concetto ricomprendendovi, da un lato, anche casi di gravi infortuni subiti da prossimi congiunti o la revoca delle ferie dovute a necessità aziendali, e ammettendo, dall'altro lato, la possibilità di recedere per giusta causa anche da contratti di viaggio acquistati singolarmente, oppure al di fuori della formula di «pacchetto turistico» disciplinata dal Codice del turismo.

L'imprevedibilità dell'evento
Ovviamente, affinché un certo evento possa acquisire i connotati di “giusta causa” per il recesso, è necessario che la situazione sopravvenuta, oltre a non essere attribuibile né al tour operator, né all'agenzia viaggi, non possa nemmeno essere attribuita allo stesso consumatore: l'evento, insomma, deve risultare del tutto imprevisto e imprevedibile, secondo la comune esperienza. Ciò presuppone che il turista si sia trovato materialmente nell'impossibilità di conoscere in anticipo la situazione di rischio usando l'ordinaria diligenza. Se, al contrario, egli avesse potuto comunque rendersi conto preventivamente del pericolo di dover cancellare il proprio viaggio - ad esempio, perché il rischio sanitario del Paese scelto come destinazione era già stato reso noto dai mezzi d'informazione - non potrà avvalersi della facoltà di recedere dal contratto senza dover pagare delle penali o perdere, in tutto o in parte, il corrispettivo già pagato.
Tanto precisato, va però evidenziato che, in determinate circostanze, la scelta di rinunciare al viaggio può comunque essere considerata giuridicamente “motivata” sebbene il fatto sopraggiunto e non imputabile si sia già verificato e risulti, quindi, oltre che ben noto, anche oggettivamente non più attuale. In effetti, il verificarsi di certi eventi, come i terremoti o gli attentati terroristici, può rappresentare una legittima causa di recesso anche se tale facoltà viene esercitata dal turista a una certa distanza di tempo dall'accaduto. In queste situazioni, infatti, ciò che giustifica la rinuncia non è tanto l'evento in sé, quanto il successivo permanere di uno stato di incertezza e paura, sul piano della salute e dell'incolumità fisica, che può obbiettivamente pregiudicare ogni finalità di svago della vacanza.
Al riguardo, anche la Cassazione, con la sentenza 16315/2017, ebbe modo di stabilire che il contratto di viaggio deve intendersi caratterizzato dalla sua finalità turistica, ovvero dal fatto che esso persegue la realizzazione del benessere psico-fisico derivante dal pieno godimento della vacanza come occasione di svago e riposo. La sopravvenuta impossibilità di realizzare tale finalità, secondo la Corte, implica il venir meno dell'obbligazione debitoria anche se, in astratto, la prestazione dovesse risultare ancora eseguibile. Proprio come nel caso del lettore: il timore del terremoto, infatti, potrebbe impedirgli relax e svago.
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