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L'esperto risponde
PREVIDENZA
Pensioni delle donne, un puzzle di regole
Nel 1990 chiesi l'autorizzazione alla prosecuzione volontaria all'Inps poiché mi ero licenziata con pochi anni di contributi. Successivamente ho pagato saltuariamente fino a raggiungere le 780 settimane richieste (15 anni). La riforma Amato mi salvava. Quest'anno ho compiuto 60 anni e senza il decreto "salva Italia" avrei avuto diritto alla pensione di vecchiaia, seppur di importo modesto. Oggi sembrerebbe che l'Inps non sia tenuto a pagare perché sono priva di diritto. Il decreto interministeriale esodati del 1° giugno 2012 prevede limiti ancora più stringenti – rispetto alla norma – verso gli autorizzati alla prosecuzione volontaria. Cosa mi consigliate?M.D. – PESCARA

Il quesito proposto dalla lettrice si intreccia strettamente con i cambiamenti che il sistema previdenziale ha subito negli ultimi vent'anni. La premessa della risposta sta, peraltro, nel ricordare che fino alla riforma Fornero-Monti è stata sempre mantenuta, nonostante i graduali innalzamenti di età, la differenza di cinque anni tra i requisiti richiesti agli uomini rispetto a quelli richiesti alle donne.
La riforma Amato (Dlgs 503/1992) – che ne ha previsto un primo graduale e timido innalzamento – e la successiva revisione a opera delle legge 724/1994 non hanno inciso su questa regola né sulla prosecuzione volontaria: gli autorizzati entro il 31 dicembre 1992 hanno continuato a conseguire la pensione di vecchiaia al raggiungimento dell'età prevista unitamente a 15 anni di contributi, risparmiati dall'innalzamento del requisito contributivo introdotto dalla riforma.
Il versamento volontario
All'epoca molte persone – soprattutto donne – hanno richiesto l'autorizzazione al versamento in proprio dei contributi per riservarsi la possibilità di conseguire una pensione di vecchiaia con un requisito contributivo inferiore a quello ordinario, così come evidenziato dalla lettrice nel suo quesito. Oggi, però il panorama è radicalmente cambiato perché la riforma Monti-Fornero ha messo un punto fermo: dal 2012 la pensione di vecchiaia si consegue solo in presenza di un'anzianità contributiva minima pari a 20 anni. Prima della riforma, quindi, la lettrice avrebbe riscosso la pensione a decorrere dal 2013: infatti, maturando il requisito anagrafico nel 2012 e avendo già perfezionato quello contributivo, avrebbe dovuto attendere 12 mesi per l'apertura della finestra. Oggi sono stati invece innalzati sia il requisito anagrafico delle lavoratrici iscritte Inps sia quello contributivo. La lavoratrice raggiungerà l'età per la vecchiaia tra il 2015 e il 2019. Infatti, a causa degli innalzamenti legati sia alla riforma sia agli adeguamenti alla speranza di vita, non è possibile stabilire con certezza l'accesso al pensionamento. Inoltre, la lettrice dovrà far maturare altri cinque anni di contribuzione al fine di raggiungere il requisito contributivo minimo.
Nei fatti, l'Inps – con le circolari relative alle novità previdenziali – non ha confermato la presenza di eventuali deroghe alle nuove norme. Tuttavia, il decreto interministeriale sugli esodati del 1° giugno 2012, in corso di pubblicazione sulla «Gazzetta Ufficiale», prevede che i requisiti previgenti il "salva-Italia" continuano ad applicarsi nei confronti dei soggetti che matureranno la decorrenza del trattamento entro il 6 dicembre 2013 nei limiti di 10.250 unità. Il decreto sulla spending review posticipa questo termine al 6 dicembre 2014 con una stima di ulteriori 7.400 unità che accederanno alla pensione con le regole previgenti.
Questi lavoratori non devono aver ripreso l'attività lavorativa successivamente all'autorizzazione alla prosecuzione volontaria della contribuzione e devono avere almeno un contributo volontario accreditato o accreditabile al 6 dicembre 2011.
Cambio di regole
La "partita" che riguarda la lettrice, come detto, si inserisce nel più generale ambito delle riforme del sistema pensionistico e della lunga marcia di avvicinamento dei requisiti per le donne a quelli per gli uomini.
Dopo la legge Amato, un altro passo in questo senso fu fatto nel 1995, quando Lamberto Dini varò la riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare (legge 335), cercando di armonizzare il sistema pensionistico pubblico a quello dell'assicurazione generale obbligatoria (Ago). Alle donne del pubblico impiego fu concesso di conseguire la pensione di vecchiaia, a domanda e previa risoluzione del rapporto di lavoro, al compimento del 60° anno di età.
Successivamente, l'articolo 22-ter del Dl 78/2009, recependo la sentenza della Corte di giustizia Ue C-46/07, stabilì un graduale innalzamento dell'età pensionabile delle lavoratrici iscritte alle forme esonerative dell'Ago, prevedendo l'aumento di un anno ogni biennio, cosicché nel 2018 sarebbero stati richiesti 65 anni di età, cioè lo stesso requisito previsto per gli uomini. Per le iscritte Inps il requisito era rimasto fermo a 60 anni.
L'anno seguente, il legislatore intervenne nuovamente e il requisito anagrafico per le lavoratrici del pubblico impiego, che nel frattempo era già salito a 61 anni per il biennio 2010/2011, fu innalzato dal 2012 a 65 anni. Quest'ultimo requisito non è mai entrato a regime perché il "salva-Italia" (Dl 201/2011) dello scorso 6 dicembre ha previsto che, dal 1° gennaio 2012, sono necessari 66 anni. Inoltre, per evitare che le donne del pubblico impiego potessero trasferire gratuitamente la propria contribuzione dall'Inpdap all'Inps, al fine di conseguire il diritto alla pensione di vecchiaia con un requisito anagrafico ridotto (considerato che nell'Inps era rimasto fermo a 60 anni), il Dl 78/2010 abrogò la legge 322/1958, che consentiva ai lavoratori iscritti a forme obbligatorie di previdenza sostitutive dell'Ago – cessati dal servizio e in assenza di un diritto a pensione presso il proprio istituto previdenziale – la costituzione della posizione assicurativa presso l'Inps senza oneri per gli interessati.
Anche le lavoratrici del settore privato e autonome subiscono un innalzamento del requisito anagrafico, per effetto della riforma Fornero-Monti, ma più lentamente: nel 2012, le prime accederanno alla pensione con 62 anni, le seconde con 63 anni e 6 mesi. Lo scorso anno sia la prima manovra estiva (Dl 98/2011) sia quella di Ferragosto (Dl 138/2011) erano intervenute innalzando il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia delle lavoratrici del settore privato: la prima dal 2016, la seconda anticipando l'innalzamento dal 2014.
Negli ultimi 20 anni le vere manovre volte alla contrazione della spesa pensionistica sono state fatte da Governi tecnici: Dini (1995) e Monti (2011).
Inoltre, secondo il Dl 78/2010, nel settore privato, hanno maturato il diritto a pensione tutte le lavoratrici che sono nate entro il 1951 (60 anni di età entro il 2011), mentre nel settore pubblico le nate entro il 1950 (61 anni di età entro il 2011). Naturalmente, oltre al requisito anagrafico, dovrà essere perfezionato anche il requisito contributivo minimo (15/20 anni a seconda del regime previdenziale applicabile).
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Il Punto
L'opzione contributiva
taglia i tempi e l'assegnoL'innalzamento dei requisiti per il pensionamento portò la legge 243/2004 a prevedere, in via sperimentale, fino al 31 dicembre 2015, la possibilità di conseguire il diritto all'accesso al trattamento pensionistico di anzianità, in presenza di un'anzianità contributiva non inferiore a 35 anni e di un'età pari o superiore a 57 anni per le lavoratrici dipendenti e a 58 anni per le lavoratrici autonome.
La condizione per poter accedere al pensionamento è subordinata alla liquidazione del trattamento pensionistico secondo le regole di calcolo del sistema contributivo (Dlgs 180/1997). Tali lavoratrici possono conseguire il trattamento di anzianità anche se – al 31 dicembre 1995 – possono vantare 18 anni di contributi, a differenza dell'opzione prevista dalla legge Dini, riservata solo a coloro che non hanno maturato 18 anni di contributi entro la stessa data.
Le opzioni in base alla legge 335/1995 (la riforma Dini, appunto) consentono di accedere ad alcuni benefici, come l'anticipo rispetto all'età prevista per l'accesso alla pensione di vecchiaia pari a quattro mesi per ogni figlio nel limite massimo di dodici mesi o, in alternativa a tale possibilità, una maggiorazione del coefficiente di trasformazione del montante contributivo rispetto all'età della lavoratrice, pari a un anno in caso di uno o due figli oppure maggiorato di due anni in caso di tre o più figli.
I limiti
Tali benefici non sono estensibili alle lavoratrici che intendono beneficiare della sperimentazione di cui alla legge 243/2004, poiché l'applicazione del sistema contributivo è limitata alle sole regole di calcolo. Questa tipologia di pensione è riservata esclusivamente a coloro che non hanno già esercitato l'opzione in base alla legge Dini; in caso contrario la facoltà di opzione – una volta esercitata – è irrevocabile (circolare Inps 105/2005). Entro il 31 dicembre 2015 il governo dovrà verificare i risultati della sperimentazione al fine di stabilire una sua eventuale prosecuzione.
Le finestre
Nel 2010 il Dl 78 introdusse le finestre mobili di 12-18 mesi. L'Inpdap, con la circolare 18/2010, assoggettò implicitamente tale categoria alla finestra di 12 mesi mentre l'Inps, dapprima, con la circolare 126/2010, escluse dal campo di applicazione delle novità le donne in regime sperimentale per le quali confermava la previgente finestra stabilita in sei mesi, e successivamente tornò sui suoi passi con la circolare 53 del 16 marzo 2011, stabilendo che anche per tale categoria valesse la finestra mobile "standard".
L'alternativa
La scelta di una pensione contributiva, in luogo di quella retributiva o mista, consente l'accesso alla pensione con notevole anticipo rispetto all'età prevista per il conseguimento della pensione di vecchiaia ordinaria, a fronte di una riduzione – a volte consistente – del trattamento pensionistico. Sempre un maggior numero di donne, dopo l'ulteriore innalzamento dei requisiti stabilito dall'ultima riforma, è interessato al regime sperimentale pur di abbandonare il lavoro, anche se le penalizzazioni inducono a riflettere su una simile scelta.
Il taglio della pensione è maggiore per le dipendenti che possono vantare "quote retributive" elevate; inoltre, nel pubblico impiego un'ulteriore variabile da considerare è la retribuzione annua fissa e continuativa dell'ultimo giorno di servizio. Infatti, la diversa modalità di calcolo della pensione in riferimento a stipendio fisso e accessorio può determinare abbattimenti che superano anche il 50% della pensione "ordinaria" rispetto a quella in regime sperimentale.
Naturalmente, poiché il sistema contributivo è nato il 1° gennaio 1996, il montante contributivo riferito alle anzianità che si possono vantare prima di tale data, sarà ricostruito virtualmente in base alle retribuzioni percepite nel periodo di riferimento (dieci anni precedenti il 1996 per gli iscritti Inps; tre anni per gli iscritti "misti" e un anno e mezzo per i "retributivi" ex Inpdap) e nei limiti dei massimali contributivi. Da tali retribuzioni deriverà il montante figurativo calcolato al 1° gennaio 1996. Inoltre, dal 2013 il requisito dei 57 anni deve essere incrementato di 3 mesi per effetto dell'adeguamento alla speranza di vita registrato dall'Istat, così come precisato dall'Istituto di previdenza nella circolare 35 del 14 marzo scorso.
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Per una visione di sintesi si rinvia alla tabella allegata

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