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L'esperto risponde
DIRITTO DI FAMIGLIA
L'assegno per i figli
Sono un padre separato, che ha concordato in sede di consensuale un assegno di mantenimento a favore dei due figli di 800 euro, pagato regolarmente alla madre. Quest'anno ho la possibilità di fare tutto il mese di agosto in vacanza e ho pensato di portare con me i bambini. La madre mi ha dato la possibilità di tenerli con me più del previsto, ma non ha intenzione di contribuire alle spese della vacanza; anzi, pretende che io versi l'assegno anche per il mese di agosto. A me non sembra giusto: posso non pagare l'assegno mensile? D. T. – VERONA


L'assegno non fa vacanze
Le spese extra per il periodo con i figli non si possono scalare
Il periodo delle vacanze spesso fa emergere, tra i genitori che non vivono insieme, questioni non adeguatamente risolte nei provvedimenti o negli accordi in relazione ai figli minori. Possono esserci, infatti, incomprensioni sui periodi da trascorrere continuativamente con madre e padre secondo quanto stabilito in precedenza e possono sorgere situazioni non previste. E naturalmente ci sono i risvolti economici, per i costi delle vacanze.
Inserire molti dettagli negli accordi separativi può sembrare superfluo o sintomo di particolare sfiducia nei confronti dell'altro genitore; spesso si rivela invece la mossa giusta nell'ottica della collaborazione, consentendo di evitare discussioni.
Per i principi generali, introdotti con la riforma del diritto di famiglia, le separazioni consensuali vengono omologate dal Tribunale se le norme relative all'affidamento e al mantenimento dei figli minori non risultano in contrasto con il loro interesse (articolo 158 del Codice civile). E in caso di divorzio, per quanto il ricorso sia congiunto vi è sempre una sentenza che pronuncia le condizioni, quindi con una valutazione in merito. Anche i Tribunali per i minorenni, che sono diventati competenti per quel che riguarda l'affidamento dei figli di persone non coniugate tra loro, verificano che le condizioni condivise fra i genitori siano adeguate per la crescita serena dei figli.
Le condizioni economiche di una separazione consensuale omologata e quelle decise dai giudici hanno uguale valore e sono senz'altro eseguibili. Eventuali successivi accordi informali non possono superare quanto statuito in precedenza. Certo, una parte può porsi di fatto in una situazione di inerzia di fronte a una inadempienza, ma non viene meno il diritto se non per prescrizione. Una rinuncia per iscritto potrebbe essere fatta valere successivamente, se necessario, in quanto non elimina automaticamente il diritto.
Di fatto, si possono verificare casi particolari in cui finisce per prevalere il comune "buon senso". Mettiamo che il genitore collocatario venga ricoverato in ospedale e debba rimanerci per un periodo piuttosto lungo. In questa situazione di forza maggiore, è ipotizzabile che il figlio della coppia vada a vivere temporaneamente con l'altro genitore. A questo punto, si può stipulare un accordo (meglio se in forma scritta) in base al quale, per il periodo in questione, sarà sospesa (o ridotta) la corresponsione dell'assegno di mantenimento.
Resta il fatto che, in linea di massima, se è stato sancito un accordo sul contributo mensile al mantenimento, non si possono far valere le spese extra sostenute per la vacanza per non effettuare il pagamento della mensilità, soprattutto in mancanza di accordo. La moglie in questo caso potrebbe iniziare un'esecuzione per ottenere il pagamento della mensilità non pagata.
Vi sono due altri aspetti da tenere presenti, non solo quello formale.
L'importo periodico
La nuova formulazione dell'articolo 155 del Codice civile è stata introdotta nel 2006; con essa si voleva ipotizzare anche un nuovo modo di provvedere alle necessità materiali per i figli, con esborsi diretti in loro favore, lasciando la possibilità di disporre un assegno mensile in secondo piano.
Di fatto, però, la contribuzione diretta non è divenuta la modalità normale. Secondo la norma, ciascun genitore deve provvedere alle esigenze dei figli in misura proporzionale al proprio reddito e la corresponsione dell'assegno periodico ha il fine di realizzare tale proporzionalità; esso va determinato tenendo presenti le esigenze del figlio, il tenore di vita da lui goduto durante la convivenza dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascun genitore, le risorse economiche di entrambi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti. Se dunque i genitori, coniugati o non coniugati, decidono di separarsi, devono continuare a svolgere il proprio ruolo educativo e di mantenimento delineato negli articoli 147 e 148 del Codice civile. Sul punto si è espressa più volte la Corte di cassazione, sottolineando in particolare che, proprio in virtù dell'articolo 147, i genitori hanno l'obbligo di far fronte ad una molteplicità di esigenze di carattere abitativo, culturale, scolastico, sportivo, sanitario, sociale (sentenza 11538 del 2009, fra tante).
Il calcolo che porta alla individuazione di una somma che realizzi il concetto di proporzionalità tiene conto dei redditi conseguiti dai genitori annualmente, anche se l'assegno viene poi liquidato mensilmente; ma prescinde dall'eccezione di un momento contingente nell'arco dell'anno, o meglio lo considera quale normale presupposto.
Le spese straordinarie
Un'altra considerazione va aggiunta. In regime di affido condiviso la potestà genitoriale viene esercitata da entrambi i genitori; nella prassi si applica normalmente l'ultima parte del terzo comma dell'articolo 155, che consente di esercitare disgiuntamente la potestà per l'ordinaria amministrazione. Ciò va messo in relazione con gli accordi o le statuizioni in materia di spese straordinarie. Se un genitore intende affrontare una spesa che l'altro genitore non riconosce – perchè non ritiene di avere sufficiente disponibilità – può farlo senza chiedere il contributo, o interpellare il tribunale se rientra fra le questioni di maggior interesse.
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Il Punto



Il «fattore casa» incide
sulle decisioni del giudice
Con l'entrata in vigore della legge 54/2006 la regolamentazione su affido e contributo al mantenimento dei figli è regolata dalle stesse norme sostanziali in caso di divisione sia di una famiglia basata sul matrimonio sia di una famiglia di fatto. Cambia la competenza: se i Tribunali ordinari sono competenti per separazioni, divorzi e modifiche, i Tribunali per i minorenni sono competenti a decidere sull'affidamento (e conseguente contributo al mantenimento, ma non per il solo mantenimento) di minori di coppie non coniugate che si separano.
La cessazione della convivenza di fatto non può portare ad alcuna decisione in merito ai rapporti fra ex partner; è però applicabile anche in tal caso la normativa sull'assegnazione della casa familiare nell'interesse dei figli minori, che ovviamente molto incide sulla vita futura delle dei genitori che si separano. Nel nostro momento storico è facile trovare coppie che hanno acquistato insieme la casa dove vivono e stanno pagando il mutuo; ciò significa che la nuova regolamentazione dei rapporti dovrebbe tener conto delle rate di mutuo (che vanno ad accrescere il valore del bene comune), ma anche delle spese del genitore che dovrà procurarsi un altro alloggio dove vivere.
Valutazione caso per caso
Secondo la più recente giurisprudenza della Cassazione, per ora non del tutto consolidata, in linea di principio l'assegnazione della casa familiare in sé non rileva direttamente sulla determinazione dell'assegno di mantenimento per i figli (Cassazione, 558/2010); secondo l'articolo 155 quater del Codice civile, è infatti l'eventuale titolo di proprietà che può incidere. Pertanto non vi sono automatismi o specifici criteri da applicare, ma il giudice è chiamato a effettuare una valutazione caso per caso. Ciò anche quando ci si trovi a discutere di assegni di mantenimento o assegno divorzile.
Ricordiamo che in diritto vi è una distinzione fra i diritti/doveri fra coniugi separati e divorziati, tanto che le determinazioni possono non coincidere: nella prima fase vale l'articolo 156 del Codice civile (mancanza di addebito, necessario per vivere in mancanza di adeguati redditi propri, circostanze del caso, redditi dell'obbligato), nella fase successiva l'articolo 5 della legge 898/1970 (inadeguatezza dei mezzi, impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, tenore di vita pregresso per l'esistenza del diritto, nonché criteri per la liquidazione in concreto, fra cui la durata del matrimonio e gli apporti personali ed economici di ciascuno).
Nel concreto le valutazioni possono portare a escludere contributi al mantenimento dei figli, per esempio laddove il genitore assegnatario della casa familiare in funzione della prole non sia il proprietario e dunque non debba provvedere al pagamento delle rate di mutuo e le risorse del nucleo siano scarse. È senz'altro legittimo avere riguardo al fatto che un solo coniuge paghi la rata di mutuo dell'immobile acquistato in regime di comunione dei beni ai fini della determinazione dell'assegno: così una sentenza della Cassazione piuttosto recente (la 15333/2010).
Se, invece, i comproprietari pagano entrambi le rate di mutuo, si potrebbe calcolare il valore locativo della casa familiare in rapporto alle spese di locazione sostenute dall'altro genitore per la propria esigenza abitativa.
In assenza di prole
È venuta meno la possibilità di assegnare al coniuge la casa coniugale in assenza di prole; da qui le pronunce (sia di merito, nella quasi totalità dei casi, sia di legittimità) che respingono le domande di godimento esclusivo. Si è dovuta, pertanto, escludere la prassi di assegnare la casa anche a titolo di contributo al mantenimento in natura; se i coniugi sono comproprietari, dovranno attenersi alle norme sulla comunione dei beni o al regime di comunione legale dei beni.
Infine va sottolineato che nelle considerazioni relative al caso concreto vanno inseriti anche gli oneri relativi alla casa familiare (in particolare le spese condominiali e di manutenzione ordinaria); l'assegnatario dovrà provvedervi in mancanza di una diversa specifica determinazione.
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Si deducono soltantole somme al coniuge
Alfredo Calvano
Dopo la cessazione del vincolo matrimoniale, qualora sorga l'obbligo a carico di un coniuge di corrispondere all'altro un assegno di mantenimento, il primo avrà diritto a dedurre dal reddito un importo di pari ammontare (lettera c, comma 1, articolo 10 del Tuir), che costituirà, per il secondo, reddito assimilato a quello di lavoro dipendente (lettera i, articolo 50 del Tuir).
La norma ammette la deduzione a condizione che ciò risulti statuito dal magistrato; l'assegno deve avere cadenza periodica (mensile, plurimensile), mentre, se è stabilito in unica soluzione (pur con pagamento frazionato in più rate), perde la valenza di onere fiscale (ordinanza della Corte costituzionale 383/2001, circolare 50/E/2002).
Sono deducibili sia gli adeguamenti dell'assegno (sempre disposti dal magistrato, risoluzione 448/E/ 2008) che gli importi arretrati. Il percettore, tuttavia, non potrà assoggettarli a tassazione separata (nota del ministero delle finanze 984/1997). Nella dichiarazione dei redditi il coniuge erogante deve, a pena del disconoscimento dell'onere, indicare il codice fiscale del coniuge percipiente (articolo 1, comma 63 della legge 296/2006).
La deduzione è ammessa solo in relazione all'assegno di mantenimento del coniuge e non anche del figlio; in caso di mancata distinzione nel provvedimento giudiziale, il beneficio fiscale viene riconosciuto al 50% (articolo 3 del Dpr 42/1988). Infine, gli assegni per qualsiasi motivo non deducibili dal coniuge che li eroga non saranno neppure imponibili nei confronti di quello che li consegue.
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Caso 1. Nella prassi, al compimento della maggiore età, si può arrivare a una ripartizione con il genitore convivente
Oltre i 18 anni il contributo è divisibile
B asta il compimento dei 18 anni del figlio per versare a lui l'assegno?
Negli anni precedenti all'entrata in vigore della legge 54/2006 (nota come legge sull'affido condiviso) è stato ampliato il dovere di mantenimento oltre la maggiore età dei figli, sino al raggiungimento della loro indipendenza economica, causa i mutamenti sociologici. Il dovere si fermava poi davanti a limiti anagrafici, ma anche al comportamento del figlio, colpevole di non aver portato a termine gli studi, di non essersi dato da fare a trovare una occupazione o aver rifiutato una concreta possibilità lavorativa. Ciò sempre nell'ottica del contributo al mantenimento versato dall'altro al genitore affidatario. Restava poi la facoltà del figlio maggiorenne, non più mantenuto dai genitori e, analogamente al figlio di genitori coniugati o conviventi, che si trovasse in condizioni di bisogno, di chiedere a entrambi gli alimenti (articolo 433 e seguenti del Codice civile). Restava in capo al genitore il diritto a percepire il contributo al mantenimento dei figli al compimento del diciottesimo anno, come la possibilità di richiederlo in giudizio. Con la legge di riforma il legislatore ha ritenuto di inserire una norma, l'articolo 155 quinquies; purtroppo la formulazione è risultata poco chiara e ha generato molti dubbi, per esempio su chi può chiedere il contributo, e come.
Attualmente i principi più comuni in giurisprudenza intendono la norma introdotta nel 2006 come una possibilità in più per i figli, che non elimina le altre disposizioni: il genitore convivente ha un diritto proprio a percepire l'assegno per il figlio maggiorenne, mentre il genitore obbligato, per cessare il versamento, deve dare prova dell'autosufficienza del figlio (Cassazione, 11828/2009); il contributo dev'essere chiesto e non può essere liquidato d'ufficio (Cassazione, 6606/ 2010).
Pertanto, in mancanza di una diversa determinazione giudiziale l'assegno va versato ancora all'altro genitore, che, in quanto convivente, continua a provvedere a lui.
Nella prassi si è riscontrata la possibilità di dividere il contributo al mantenimento, in parte al genitore convivente per le spese generali e in parte al figlio per le sue necessità personali. E alcuni giudici di merito (nonché la Cassazione con la pronuncia 4296/2012, prima e finora unica a esprimere tale orientamento) hanno riconosciuto la legittimazione processuale del figlio a richiedere l'assegno in una causa ordinaria, ma non all'interno dei giudizi fra i genitori.
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Caso 2.«Impegni» straordinari e altri indeterminati solo per i tempi e le cifre da sborsare
Pro quota i costi non previsti
Che cosa deve fare il genitore collocatario per ottenere il pagamento delle spese non coperte dall'assegno?
Da tempo nella prassi, quando si affrontano le decisioni in merito al mantenimento dei figli, si distingue il normale contributo liquidato su base mensile dalle spese straordinarie da dividere fra i genitori su base percentuale, anche non paritetica. Tale concetto, non previsto in alcuna norma, si è sviluppato nel tentativo di evitare litigiosità e contenziosi successivi. Il problema più grave è come ottenere il rimborso pro quota dall'altro genitore che non paga anche dopo la richiesta formale (raccomandata con ricevute di spesa, o richiesta del legale).
Recentemente è intervenuta la Cassazione (sentenza 11316 del 2011) a portare un po' di chiarezza, superando precedenti orientamenti e suggerendo l'inserimento di specifiche clausole nei provvedimenti.
Vi sono spese mediche e scolastiche che non sono effettivamente straordinarie, cioè imprevedibili e ipotetiche, bensì certe secondo la comune esperienza, indeterminate soltanto nel quando e nel quantum. Pensiamo all'acquisto dei libri scolastici a inizio anno, alle tasse di iscrizione alla scuola pubblica, ai costi per attività sportive praticate con l'assenso di entrambi i genitori. In campo sanitario, l'esempio può riguardare le spese non coperte dal servizio nazionale, che si rendono però necessarie in seguito a una prescrizione del medico di base.
Per queste spese il provvedimento (provvisorio o definitivo, consensuale, congiunto o giudiziale) che prevede un pagamento pro quota costituisce già titolo esecutivo e non necessita di un'ulteriore richiesta al giudice. La parte creditrice potrà dunque iniziare l'azione esecutiva, notificare l'atto di precetto allegando le prove degli esborsi sostenuti e della loro entità; al debitore esecutato resterà la possibilità di fare opposizione per contestare la necessità delle spese. Sul punto il rilascio di ricevute da parte di strutture pubbliche è garanzia di attendibilità; sarebbe opportuno che il titolo contenesse già dei richiami alle strutture pubbliche o ad altri soggetti considerati idonei a rilasciare ricevute non contestabili. Meglio, dunque, prestare attenzione al problema già in sede di accordi con l'altro genitore o di richieste al giudice.
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