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BANCHE
Correntisti salvi entro giugno
Vorrei sapere che cosa cambia, e da quando, nella commissione di massimo scoperto applicata dalle banche ai clienti che sconfinano in assenza di un fido, dopo la riforma introdotta dal decreto legge 185/2008. A.M. - PAVIA


Cambia il regime della commissione di massimo scoperto. La legge n. 2 del 28 gennaio 2009, pubblicata nella «Gazzetta Ufficiale» n. 22 del 28 gennaio 2009, che ha convertito con modificazioni il decreto legge anti-crisi del 29 novembre 2008, n. 185, introducendo all'articolo 2-bis la disciplina relativa alla commissione di massimo scoperto (Cms), ha colmato il vuoto legislativo presente nel nostro ordinamento in materia. La normativa, in sintesi, ha previsto:
la nullità delle Cms se il saldo del conto corrente è a debito per un periodo inferiore a trenta giorni consecutivi;
la nullità delle Cms se il cliente non ha un'apertura di credito;
la nullità delle clausole, anche diversamente denominate, che prevedano una remunerazione per la banca per la messa a disposizione di una linea di credito indipendentemente dal suo utilizzo;
che potranno esser previste clausole siffatte solo se approvate per iscritto che prevedano il tasso debitore per le somme effettivamente utilizzate in misura omnicomprensiva e proporzionale all'importo e alla durata dell'affidamento, con obbligo di rendicontazione da parte della banca almeno annuale, fatta sempre salva la facoltà di recesso del cliente;
che le Cms e similari saranno rilevanti ai fini della legge 108/1996, degli articoli 644, Codice penale e 1815, Codice civile.
Va detto che, prima del Dl 185/2008, già il decreto «Bersani-ter» si era proposto di dare una regolamentazione alla materia, ma la disposizone non era stata approvata dal Senato. Successivamente, nel luglio del 2008, l'Antitrust ha promosso quattro procedimenti nei confronti di quattro dei maggiori Istituti di credito italiani, «... al fine di accertare se i consumatori erano stati informati, in maniera chiara ed esaustiva, sulle modalità di calcolo e sulla natura della commissione di massimo scoperto».
Malgrado la sensibile attenzione dimostrata negli ultimi anni per tale «balzello», tuttavia, prima dell'entrata in vigore del Dl 185/08, all'interno del nostro ordinamento giuridico non esisteva alcuna norma atta a fornire a banche e clienti una regolamentazione della Cms, che veniva applicata facendo riferimento agli usi. Non a caso, l'unica definizione giuridica si deve alla Corte di cassazione che l'ha recentemente definita come la «remunerazione accordata dalla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dell'effettivo prelevamento della somma» (Cassazione civile n. 870/2006).
Più precisamente, la consuetudine bancaria contempla due modelli di Cms, in sé non alternativi:
a)una «commissione» rilevata e percepita, consistente nella espressione di una percentuale calcolata sull'accordato, al netto dell'utilizzato; ad esempio se l'accordato è 100 ed il cliente nulla ha utilizzato, la base di calcolo sarà 100; se il cliente ha utilizzato 60, la base di calcolo sarà 40;
b)una «commissione» (è il caso più frequente) rilevata e percepita sull'ammontare massimo dell'utilizzo del trimestre, quando questo ammontare massimo di utilizzo sia durato un minimo di tempo (in genere 3, 6, 10 giorni, ma in taluni casi anche un giorno soltanto).
Nell'ipotesi di cui al precedente punto a), la Cms rappresenta la remunerazione dovuta alla banca per il solo fatto che questa si sia obbligata a tenere a disposizione del cliente una somma di denaro (articolo 1842, Codice civile). Nell'ipotesi di cui al punto b), invece, a rappresentare un costo per la banca sarebbero i picchi di utilizzo, soprattutto di breve durata, in primo luogo poiché questi rendono poco in termini di interessi e in secondo luogo perché gli utilizzi superiori alle previsioni potrebbero comportare per la banca la necessità di rivolgersi ad altri intermediari, con costi aggiuntivi.
Al di là delle giustificazioni fornite dagli addetti al settore per l'uno o l'altro modello, sino ad ora in spregio della disciplina dettata in materia di trasparenza bancaria, l'applicazione delle Cms è avvenuta in assenza di norme che chiarissero a banche e clienti se il picco, per comportare l'applicazione di un siffatto onere, dovesse essere toccato per un solo giorno, o per dieci o trenta giorni consecutivi o non, ed è stata applicata in mancanza di indicazioni nei contratti standard di affidamento delle metodologie di calcolo applicate dalle banche ai clienti. Da qui, dunque, l'importanza della disciplina dettata dall'articolo 2-bis, Dl 185/08, soprattutto laddove sanziona la nullità «delle clausole contrattuali aventi a oggetto la commissione di massimo scoperto se il saldo del cliente risulti a debito per un periodo continuativo inferiore a trenta giorni ovvero a fronte di utilizzi in assenza di fido» nonché la nullità delle clausole «comunque denominate, che prevedono una remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione di fondi a favore del cliente titolare di conto corrente indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma, ovvero che prevedono una remunerazione accordata alla banca indipendentemente dall'effettiva durata dell'utilizzazione dei fondi da parte da parte del cliente, salvo il corrispettivo per il servizio di messa a disposizione sia predeterminato, unitamente al tasso debitore per le somme effettivamente utilizzate, con patto scritto non rinnovabile tacitamente, in misura omnicomprensiva e proporzionale all'importo e alla durata dell'affidamento richiesto dal cliente con cadenza massima annuale, con l'indicazione dell'effettivo utilizzo avvenuto nello stesso periodo, fatta salva comunque la facoltà di recesso del cliente in ogni momento». Inoltre, l'articolo in parola ha espressamente previsto che «i contratti in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto sono adeguati alle disposizioni del presente articolo entro centocinquanta giorni dalla medesima data. Tale obbligo di adeguamento costituisce giustificato motivo di recesso agli effetti dell'articolo 118, comma 1, del Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1º settembre 1995, n. 385 e successive modifiche». Il termine, ordinatorio, scade il 27 giugno.

Il Punto

Il ricalco del «passato» apre la via al contenziosodi Francesco GIANFELICI
La commissione di massimo scoperto cambia, ma che fare per il passato? L'articolo 2-bis del Dl n. 185/2008 (convertito con modificazioni dalla legge n. 2/2009) ha disciplinato i casi in cui si verifica la nullità delle clausole contrattuali aventi a oggetto la commissione di massimo scoperto. Di particolare interesse appare essere la disposizione contenuta nel terzo comma dell'articolo in parola ove è stabilito che per i contratti in corso alla data di entrata in vigore della legge di conversione del Dl 185/2008 (avvenuta il 29 gennaio 2009) gli stessi dovranno essere adeguati - entro 150 giorni - alle disposizioni contenute nell'articolo stesso. Trattandosi di un obbligo, le banche dovranno necessariamente adeguarsi alla nuova disposizione normativa. Appare chiaro, quindi, che il legislatore abbia voluto regolamentare anche i vecchi rapporti bancari fissando dei parametri chiari al fine della applicazione da parte delle banche della commissione di massimo scoperto.
Ma cosa potrà fare il titolare di conto corrente bancario in relazione agli importi già applicati e richiesti dalla banca relativamente alla commissione di massimo scoperto per il rapporto in essere e riferibili al passato? La soluzione del problema si può trovare nella sentenza della Corte di cassazione n. 870/06, resa in data 18 gennaio 2006. La sentenza, per la prima volta, ha dato una corretta definizione della commissione di massimo scoperto definendola come «la remunerazione accordata alla banca per la messa a disposizione dei fondi a favore del correntista indipendentemente dall'effettivo prelevamento della somma». Da ciò discende necessariamente che la commissione dovrà essere calcolata o sull'intero ammontare della somma messa a disposizione dalla banca, oppure sulla somma rimasta nella disponibilità di utilizzo del cliente, ma non utilizzata dallo stesso. La commissione di massimo scoperto non potrà essere considerata né un interesse né un accessorio dell'interesse come stabilito anche dai giudici di merito. Attualmente, invece, la commissione di massimo scoperto viene calcolata non già sulla somma affidata o rimasta disponibile, bensì sulla somma massima utilizzata nel periodo - di solito il trimestre - e per ogni giorno del periodo stesso, in palese violazione della definizione fornita dal Supremo collegio appena ricordata.
Poiché nella maggioranza dei casi nei contratti bancari viene indicata la sola percentuale di calcolo relativa alla commissione, che da sola non appare idonea a soddisfare il requisito della determinatezza o determinabilità previsto dall'articolo 1346, Codice civile, si viene conseguentemente a determinare la nullità della clausola di massimo scoperto, che per essere valida dovrà essere, appunto, determinata contrattualmente sia nel suo ammontare che nelle modalità di calcolo.
A fronte di ciò, chi dovesse dubitare della bontà del calcolo applicato dalla banca nella determinazione della commissione di massimo scoperto dovrà preventivamente recuperare copia del contratto di conto corrente affidato nonché copia degli estratti conto - che ove smarriti dovranno essere richiesti direttamente alla banca, che non potrà rifiutarsi di fornirli - al fine di farsi predisporre da un commercialista di fiducia un conteggio per poter determinare se la commissione di massimo scoperto sia stata calcolata e poi corrisposta in maniera corretta o meno.
In quest'ultimo caso, il correntista dovrà rivolgersi ad un legale perché possa compiutamente valutare alla luce della documentazione acquisita e dei nuovi conteggi come improntare il giudizio nei confronti dell'istituto di credito. Vale poi la pena ricordare che la mancata tempestiva contestazione da parte del correntista nel termine di sei mesi dal ricevimento dell'estratto conto rende inoppugnabili gli accrediti e gli addebiti solo sotto il profilo meramente contabile ma non anche sotto il diverso aspetto relativo alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori dai quali derivino, con la conseguenza che la banca non potrà eccepire la mancata impugnazione dell'estratto conto.
Da ultimo, si ricorda il termine di prescrizione decennale per il reclamo delle somme indebitamente trattenute dalla banca decorre dalla chiusura definitiva del rapporto, trattandosi di un contratto unitario che dà luogo ad un unico rapporto giuridico, anche se articolato in una pluralità di atti esecutivi, sicché è solo con la chiusura del conto che si stabiliscono definitivamente i crediti e i debiti delle parti tra loro (Cassazione 9 aprile 1984, n.2262). Ove il rapporto fosse invece in essere, si potranno ripetere le somme indebitamente percepite dalle banche negli ultimi 10 anni.

Per una visione di sintesi si rinvia alla tabella allegata

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